Dark Entry, il blog musicale e cinematografico

Dark Entry è un blog italiano dedicato alle recensioni musicali e cinematografiche di opere spesso dimenticate o poco note, aggiornato – con discreta regolarità – da un appassionato del genere. Un blog dunque amatoriale, con innumerevoli influenze, che si sviluppa lungo linee irregolari: vengono trattate senza alcuna soluzione di continuità CD di musica underground hardcore-punk e metal, film come “Mondo Cane” oppure il celebre “Oro Hondo – Se sei vivo spara“. Il presupposto, infatti, è che spesso gli artisti da classifica facciano spesso semplicemente vetrina, mentre a volte nei garage si annidano coloro i quali hanno qualcosa da esprimere sul serio. E’ inoltre presente nel blog una sezione di interviste (che sono ancora pochissime, per la verità) a musicisti come Tsubo e Skruigners, i quali vengono poi recensiti all’interno del blog stesso. Le considerazioni di Salvatore, ingegnere informatico votato per passione alla critica, propone considerazioni a volte condivisibili, altre ironicamente provocatorie, ma sempre originali. Leggere ciò che scrive su film e musica fa spesso venire voglia di tuffarsi a capofitto in quel mondo di fantasia, ricordi, irrealtà di suoni e vibrazioni violente.
cassette metallica

Quali generi musicali vengono trattati è presto detto: si tratta di dischi prevalentemente hardcore-punk, anche se non mancano riferimenti all’heavy-metal in molte sue forma, soprattutto quelle “fast & hard” che hanno fatto la storia (Slayer, Death, Anthrax, e molti altri). L’interesse verso il mondo underground è testimoniato poi dalla recensione del film horror indipendente prodotto dal GALP di Padova (“Loro”), oppure la descrizione di alcune “chicche” quali gli italiani Cheetah Chrome Motherfuckers, e band storiche come Negazione e Sottopressione. Un blog in evoluzione, quindi, che risente ancora di qualche pecca grafica e “pesantezza” nel caricamento, ma che sicuramente è da tenere d’occhio per ogni appassionato.

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2 Comments

  1. Posted November 14, 2009 at 7:39 pm | Permalink

    Abbiamo visto “ Gli abbracci spezzati “ diretto da Pedro Almodovar.
    Quando il Cinema era Cinema, alludo a quello americano degli anni Trenta e Quaranta, esisteva una famosa definizione “ Il tocco alla Lubitsch “ ( regista tedesco nato nel !892 e morto nel 1947, emigrato negli Stati Uniti nel 1922 e divenuto il più grande regista americano anche se di americano aveva ben poco. Suoi film più famosi, Ninotchka, Scrivimi fermo posta, Vogliamo vivere, Il cielo può attendere ). Era uno stile geniale e perfetto che molti hanno cercato di imitare ma nessuno vi è riuscito. Ne parla con stile e leggerezza, Wilder nell’amorevole libro “ Conversazioni con Billy Wilder “ scritto magnificamente da Cameron Crowe. Azzardando un paragone, oggi potremmo dire “ Il tocco all’Almodovar “ e anche in questo caso molti hanno cercato di imitarlo senza tuttavia riuscirci. Almodovar è sicuramente tra i registi più importanti degli ultimi venti anni, chiunque si avvicini al suo magma narrativo non può non trovare un’originalità, una modernità, “ una follia “ fuori dal comune. Anche in questo film riesce a rendere credibile ed emozionante una storia fondamentalmente non sempre coerente e complessa da raccontare. Con delle incongruenze tipiche del cinema americano degli anni cinquanta ( L’amica del regista che torna nell’albergo dopo l’incidente semimortale e trova la camera intatta dopo settimane di abbandono ). Ecco, questo è “ Il tocco “, quello che per altri registi sarebbe impossibile da rendere credibile lui lo rende armonioso e “ felice “ drammaturgicamente. Si può citare come esempio il Giano Bifronte, come l’antica divinità ha uno sguardo sul presente e uno sul passato. In questo film ci sono omaggi al cinema di Rossellini ( Viaggio in Italia, visto in televisione ), a quello di Antonioni ( la foto dei due innamorati nel prato, in campo lungo ricorda Blow Up ), a quello di Hitchcock ( la protagonista spinta per le scale dal marito geloso… poi ferita portata in braccio dallo stesso marito verso l’automobile ), a Bunuel ( del periodo messicano, El ) allo stesso Almodovar ( tutto il finale è un omaggio al suo film più fresco e divertente Donne sull’orlo di una crisi di nervi, con una battuta dell’assessora che ricorda il Woody Allen di Prendi i soldi e scappa ). Porta avanti la storia tra passato e presente sia come “ tempi “ in cui è ambientato lo sviluppo drammaturgico 2008 e 1994, sia come “ omaggi “ cinematografici; sposta il racconto continuamente e imprevedibilmente, usando come generi il mèlo, il noir e la commedia con una maestria che non crea fratture o contraddizioni. Ma ‘lo sguardo’ è comunque rivolto rigorosamente all’indietro, verso il cinema e il piacere della costruzione narrativa tanto inattaccabile quanto razionale. La cecità del protagonista è la condizione esistenziale per chi ha troppo amato e rischiato nella vita asfittica degli altri e dell’oggi. In cui il ricordo si fa immagine. Il cinema che racconta il cinema ( Il protagonista era un regista ed oggi che non vede più immagina e scrive storie, l’amore della sua vita era un’aspirante attrice e la madre di suo figlio è un’organizzatrice di film ) e questo artificio palese è dichiarato «Questo è un fatto che succede solo nei film».
    Raccontare linearmente e senza omissioni un film di Almodovar è compito arduo, se lo si rispettasse comunque si farebbe un’azione sbagliata e si cadrebbe inevitabilmente nell’improbabile. Ci proviamo convinti che il film sia molto meglio. C’è innanzitutto l’amore con la A maiuscola, di amori ce ne sono almeno tre: l’amour fou, che devasta e distrugge, l’amore tra genitori e figli e quello per il cinema. Mateo Blanco è stato un regista, oggi è cieco e ha deciso di tagliare i ponti con il passato cambiando anche il nome in Harry Caine ( il suono di questo nome rimanda al protagonista di Quarto potere di Welles ). Oggi scrive soggetti e sceneggiature aiutato dal giovane Diego e da sua madre Judit che è stata sua producer. Della sua vita passata non vuole ricordare nulla né rimpiangere nulla. Come se fosse morto ed oggi prende dalla vita quello che gli capita. Judit conosce perfettamente il tragico triangolo che ha visto coinvolto Mateo, il ricco Ernesto Martel e l’incantevole Lena ( Penelope Cruz ), quindici anni prima. Una storia d’amore passionale e di gelosia. A scatenare e a far venire a galla ciò che è saputo e ciò che si nasconde ancora oggi è la morte di Martel, la comparsa del figlio con un pretesto-pretestuoso e la partenza per lavoro di Judit. Restano soli per venti giorni Harry-Mateo e Diego e nelle lunghe giornate Mateo decide di raccontare al giovane ciò che è successo tanti anni prima e la causa della perdita della vista…
    Nonostante i complimenti che abbiamo fatto a questo film e al suo regista dobbiamo dire però che l’opera è meno coinvolgente, più algida rispetto ai precedenti film. Come sono più freddi i personaggi principali ( in qualche momento brutali ). Bravo ‘ma un po’ lontano’ lo sceneggiatore cieco Lluis Homar ( Harry Caine ), brava, la ormai diva, Penelope Cruz ( che i questo film ha cercato di coniugare Audry Hepburn e Anna Magnani ), brava e gelida Blana Portillo ( Judit )

  2. Posted November 14, 2009 at 7:40 pm | Permalink

    Abbiamo visto “ Nemico Pubblico “ regia di Michael Mann.
    Michael Mann è uno di quei registi dalla carriera ondivaga, non ben precisa. E per un cinefilo come me assai deludente tenendo presente le potenzialità. Si potrebbe dire che vorrebbe seguire la scia di autori come William Friedkin (Il Braccio violento della legge, Vivere e morire a Los Angeles) o Walter Hills (The Warriors, 48 ore), figli estetici di un grande director come il dimenticato Sam Pechinpack. Ma tuttavia non ci riesce, pur mostrando in alcuni film e solo a volte un ottimo impatto visivo e una sapiente creazione di atmosfere e quindi di emozioni. Per chi non lo sapesse, all’inizio della carriera ha creato e prodotto Miami Vice (1984-1989), serie televisiva di successo e ha scritto e diretto film per la televisione. Passato al cinema ha realizzato tra gli altri Strade violente (1981), L’ultimo dei Mohicani (1992), Heat – La sfida (1995), Alì (2001), Miami Vice (2006). Riducendo questo discorso ad una frase si può dire che gli manca “un ‘anima“ ed è solo tecnica.
    Per questo film ha scelto Johnny Depp, un attore mito dei nostri anni, mito non solo per la bravura e il glamour ma anche per le scelte controcorrente e originali che ha fatto spiazzando il pubblico e forse anche la critica. E se dovessimo trovare un punto di forza in questo film è proprio la sua prova d’attore.
    La storia è ambientata nel 1933, durante gli anni più duri della Depressione causata dal crollo della Borsa di New York nel 1929. Seguiamo l’ultimo anno di vita del bandito più famoso dell’epoca John Dillinger, morto a soli 31 anni e convinto che la vita è solo l’oggi. Nella cultura popolare veniva rappresentato come un gangster che imbraccia un mitra Thompson. Ed era considerato da Edgar Hoover il nemico pubblico n. 1, ma si guadagnò la fama di moderno Robin Hood del crimine quando, al termine delle abituali rapine non prendeva i soldi dei clienti e dava alle fiamme i registri su cui erano annotati i debiti e le ipoteche, ottenendo così la riconoscenza di tanti clienti a corto di denaro in quegli anni di crisi economica e la simpatia di buona parte dell’opinione pubblica ( peccato che tutto questo sia solo accennato nel film, poco comprensibile, e il contesto storico non appaia per niente. Questo forse è quello che intendiamo per anima di una regia – si vada a vedere per esempio lo Scorsese di 1929 – stermina teli senza pietà; o anche il Sacco e Vanzetti di Montaldo; o Questa terra è la mia terra, sulla vita di W. Gatrie ). Il film inizia con una evasione organizzata da Dillinger con un complice per liberare i suoi amici in carcere e poi è un susseguire di rapine, momenti di vita di gangster a riposo e c’è anche la storia d’amore tra Dillinger e Evelyne «Billie» Frechette (Marion Cotillard), una semplice e remissiva ragazza che verrà trascinata nell’abisso del bandito. Il contraltare della banda Dillinger sono le forze dell’ordine – simili nella violenza e nella brutalità a coloro che devono combattere – e l’ascesa del poliziotto Edgar Hoover, ambizioso direttore del Bureau of Investigation, che darà vita all’Fbi. Ma soprattutto il G-Man Melvin Purvis (“batman” Christian Bale: algido, duro, antipatico ma moralmente migliore del suo capo), l’agente speciale è nominato sul campo dal suo boss a dirigere la speciale “unità Dillinger” per catturare il temuto gangster e dare prestigio alla battaglia contro l’illegalità lanciata dal Governo americano. Il film termina come nella realtà, Dillinger senza più amici e sconfitto invece di fuggire via, va al cinema a vedere con due amiche un film di gangster con Gable, che finisce alla camera a gas. Sarà venduto da una delle due donne per un permesso di soggiorno. E quando esce dal cinema ci saranno i poliziotti ad attenderlo.
    Se ci si aspetta una fedeltà alla realtà dell’epoca ( Era il tempo dell’I.W.W, degli scioperi selvaggi, degli anarchici come Sacco e Vanzetti, dei sette milioni di senza lavoro ) si rimarrà delusi, non si vedono che sbirri in abiti firmati, automobili, abbigliamenti sfarzosi, belle donne, feste in locali di lusso; Dillinger, vestito spesso di bianco è più un modello glamour che non un bandito: diventa così l’eroe solitario nella testa di Michael Mann. Tuttavia ci sono almeno due scene molto ben riuscite, una di grande impatto visivo (la sparatoria notturna al cottage è un piccolo gioiello) e la passeggiata rilassata di Dillinger, nel suo ultimo giorno di vita, nel distretto di polizia con un’escursione nell’ampio ufficio destinato alla sua cattura. 140 minuti che non annoiano, anche se a dirla tutta Nemico Pubblico non rischia né l’Oscar né la menzione tra i film capolavoro del genere gangsteristico. Alcuni punti della sceneggiatura sono poco risolti, come il rapporto tra il bandito e il poliziotto, la loro nostalgia del tempo che fu e una certa malinconia restano per aria senza dirci niente di preciso. Gli altri, banditi e poliziotti sono tutte figure di contorno e sbiadite, servono solo a riempire l’immagine. Il cast è ben scelto e Depp, Bale e Cotillard rendono al meglio. Una menzione speciale alla bella fotografia del nostro grande Dante Spinotti.

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